venerdì, 09 novembre 2007, percorso in un tempo 13:46

uno specchio di luna

La cavalletta e la luna

C’è una cavalletta sul prato

che lesta si affretta a raggiungere il lago per saltar sulla luna.

Ed un balzo ed un altro ed ancora e ancora,

finisce la notte e la luna scompare e lungo la riva la cavalletta

a sognar di saltare.

“Sarò più lesta domani, lo so, non ho mai saltato invano”

e nel riflesso si vide volare lontano.

VLA76
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venerdì, 09 novembre 2007, percorso in un tempo 13:41

una canzone per te...perchè si cambia insieme...

Canzone per te: "insieme cambiare"

Schiacciata contro il pavimento gelato, sento condensarsi il mio respiro, le mie braccia,le mie vene come tubi si perdono tra le fughe dei mattoni. Sono state parole di troppo quelle dette ieri, sono uscite dal mio passato, dai cancri del mio stomaco, dalle mie paure.
Non sentirmi, non essere, non meritare. Come è difficile.

Ci sarà un viaggio dicono in cui i valori andranno dritti al cuore  e ci saranno uomini di argilla a sciogliersi al sole e non sarà deserto e non ci sarà timore.
come piloti nello spazio senza peso, senza storia, senza alcuna memoria staremo tra le case, sulle strade, nel bosco.
Ed io griderò che t'amo e  tu mi farai l'eco.

Schiacciata con le mani che si perdono tra le lenzuola, gli occhi grandi diventati fessura e una sola verità, una unica via senza qualità.
Ho cercato risposte osservando il riflesso dei miei desideri e non ho visto il mondo cambiare, le stagioni arrivare e l'inverno finire. Non sono abituata alla felicità. A te che mi vuoi nascosta in cantina, alla mattina, così senza essere altro. A te che mi vuoi.

Ci sarà un viaggio dicono in cui i valori andranno dritti al cuore  e ci saranno uomini di argilla a sciogliersi al sole e non sarà deserto e non ci sarà timore.
Come piloti nello spazio senza peso, senza storia, senza alcuna memoria staremo tra le case, sulle strade, nel bosco.
Ed io griderò che t'amo e  tu mi farai l'eco.

VLA76
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giovedì, 27 settembre 2007, percorso in un tempo 13:21

Torre a metà convinzione evanescente


Fiabina per giovani anime: IL META-RE

C'era una volta un Re che abitava in un castello costruito per metà. E solo metà del regno lo acclamava come sovrano. Gli altri sudditi invece notavano solo quello che non c'era e si lamentavano così delle numerose mancanze.

 

Povero Re. Quando dava dei suntuosi banchetti era costretto a limitare il numero dei partecipanti perchè ad un certo punto la tavola finiva e di sedie non ve ne erano più. Quando andava a dormire, lungo la torre più alta, era obbligato a camminare radente al muro perchè oltre quello gli scalini si interrompevano bruscamente. Quando si sedeva sul trono, per regnare solenne, doveva stare attento a non muoversi troppo, perchè la seduta si reggeva solo su 3 gambe. Convocava operai, architetti e musici ogni giorno, firmava contratti  e piani di ristrutturazioni ogni due settimane. e mese dopo mese il castello era sempre costruito a metà così come la sua corona ed il suo potere.

 

Pensando di essere vittima di un maleficio convocò a se i 3  maghi più famosi di tutti i tempi e in una notte di luna piena espose loro il problema. Il primo, il mago dei sassi, gli disse che era la terra ad essere maledetta e che avrebbe dovuto cambiare contea. A questo il Re rispose che non era cosa possibile. Metà dei suoi sudditi credevano in lui, e quella metà viveva ai piedi del regno. In case comode e felici. Il secondo mago, quello del vento, disse che erano i respiri della malagente a disfare il castello nella notte. Ascoltate queste parole il Re, cacciò lontano il mago dandogli un calcio e chiamandolo ciarlatano. Sapeva che per non esser più a metà avrebbe dovuto credere nel popolo intero, nel bene e nel male. Il terzo mago, di rosso vestito, era lo stregone del cuore. Si guardò a lungo intorno prima di parlare, osservò il cielo ed il sorriso del sovrano e poi disse:< Sei un Re senza regina. Sei figlio senza essere padre. Sei Re senza essere suddito. Come pretendi di terminare il tuo castello se anche tu non ne sei convinto. Decidi di essere Re e non principe. Ama una donna e governa il tuo regno. Vedrai che la notte le mura del tuo castello rimarranno salde. Non aver paura di sbagliare, a domani si arriva comunque e potrai decidere ancora dove dirigere i tuoi passi>. Illuminato da tali parole il Re ebbe la chiara visione di se stesso, fiero, tra le stanze del suo palazzo, tra la sua gente e con il suo scettro in mano. Ricompensò il mago, fece un passo e chiamò a se la donna che da sempre tanto amava osservare. Da domani le torri avrebbero puntato decise verso il cielo ed il trono avrebbe ritrovato la quarta gamba.

 

VLA76
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venerdì, 14 settembre 2007, percorso in un tempo 18:28

Pensieri senza  casa

VIAGGIO

Da quassù non la riconosco la spuma del mare
Potrei essere ovunque.
Dispersa.
Siamo tutti uguali sopra questo pontile.
Accasciati a terra,
rumorosi, puzzolenti.

Buio e stelle.

Tra la nebbia i pensieri diventano uno.
Lui ride.
Ed esiste solo la nave.
Sospesa.
Immobile.
Vera.

Agosto 2007, per Split.

VLA76
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giovedì, 26 luglio 2007, percorso in un tempo 13:32

navigare nel nero

 

Navigare, navigare come capitani barbuti in oceani scuri, nessuna bussola in tasca, nessuna stella, nemmeno il vento a segnare la direzione. Solo il nero delle onde, l'odore del pesce, la notte. Terra a prua e isole ugualmente opposte. La nave rotea lungo lo stesso perimetro, incerta tra le correnti. Come è difficile prendere una rotta, una qualsiasi. La nave si inarca e vira e poi si quieta e si appoggia come culla sull'altro fianco e vira ancora. Le suggestioni ed i miraggi arrivano con il freddo e con la prima nebbia giunge anche la paura. Trema. E' una nube bianca quella che avvolge la nave, striscia sopra il pontile in legno, si arrotola sulle vele, respira. Sono forse le sirene che raccontano storie, sono forse le terre che emergono, sono forse i pensieri di un commodoro stanco. In quella notte senza occhi dovrà scegliere su quali scogli puntare il muso e non vuole farlo, non può si dice. Eppure è tutta la sua vita dare la caccia alle balene sotto il sole di Agosto, ama sentire l'odore dei suoi piedi bagnati e sporchi e non avrebbe rinunciato a ridere gridando al mozzo di buttare l'ancora. Quella notte incerta però non sarebbero sopravvissuti tutti, qualunque decisione lui avesse preso. Il capitano fuma la pipa, lentamente, ad ogni boccata ritrova il sapore di quando fa caldo, e lui, seduto sul molo, aspetta di partire. Il capitano fuma la pipa, disegna palle di cotone che subito si vanno a confondere nella brina e lui vi si nasconde, inquieto. Non c'è luna che si riflette sulla schiuma, una barca in legno, morbida come il coltello per la cioccolata e nulla più. L'odore delle corde macerate dal sale e infestate dalle alghe lo riscuote, il capitano, ed è ancora lì sulla sua nave compasso a disegnare cerchi in mare. La cerata blu non serve più a nulla, il freddo ora, lo lascia passare, infiltrare dallo stomaco alle ossa, non c'è più tempo. C'è bisogno di terra. Non c'è più tempo, si dice, osservando la notte, guardando l'oceano fluido che lo porta via. Nel silenzio l'urlo improvviso di un solo gabbiano. Caduto dal cielo, lontano dal porto, un unico gabbiano stanco insegue la nave; sembra sapere dove si sta andando. Il capitano guarda il gabbiano, intravede i contorni delle ali bianche e sogna. Sogna l'isola in cui vorrebbe approdare con tutta la ciurma, saltare con gli stivali sulla spiaggia e tirar fuori gli attrezzi per fare un fuoco. Sogna le foreste di alberi da frutto ed i paesi illuminati dalle lanterne. Sogna i balli in piazza e le feste nelle case che danno le spalle alle onde. Si ricorda come mai ha scelto di andare per mare a cacciare balene, tutta colpa della sedia del padre, quella di legno chiaro, con grandi mezzelune al posto delle gambe. Scricchiolava come se sotto di essa vi fosse una cambusa e da piccino quella, era stata la sua prima barca e la sua casa l’oceano. Aveva cacciato statuette e piattini decorati e sopra i lampadari di cristalli aveva trovato il suo cielo. Ed ora era li, senza cristalli a disegnare stelle, senza ninnoli ai quali attribuire significati e storie. Ora era li, seguito da un unico gabbiano in una notte che stava per finire. Non c'è più tempo. Lo sapeva. Porta la mano destra al bavero della palandrana, si arriccia un baffo e saluta il gabbiano con gli occhi di chi sa che si sarebbero reincontrati. Cammina deciso verso il timone, si toglie i guanti, respira. Quanto è freddo il legno al contatto con le dita. Stringe i pugni e vira. In lontananza il sole.

VLA76
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lunedì, 16 luglio 2007, percorso in un tempo 17:40

Come acqua nel fosso

ATTIMI DISPERSI

Se io fossi acqua, acqua e basta, mi ritroverei lontano, a sporcare le rive di un fiume, dietro ad un tombino, oltre la corrente.

Con me una grande pancia, di quelle bianche e molli, dove fame e nausea non fanno bastare il giorno, mai.

L'animale non mi beve, i cani non abbaiano e non v'è modo di notare quel colore diverso, quell'odore lieve, me.

Non verrà il giorno della tigre, l'ora della vendetta, il suono del riscatto.
E' una mattina semplice che asciuga le radici dai fossi, che solleva la polvere dalle strade in terra, che finisce.

 

VLA76
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giovedì, 26 aprile 2007, percorso in un tempo 14:38

Effetto delirio

All'improvviso

il difficile è capire da dove derivino certe reazioni. a volte pare che sia tutto come sempre ed invece, come se la famosa farfalla avesse sbattuto le ali, qualcosa cambia e ti ritrovi a pensare, a sentire, a credere. ora quindi dubito senza motivo ne forma. ora soffro e non ne comprendo le ragioni. e non è cambiato niente, ciò nonostante non riesco a far smettere questa follia incompiuta. mi mordo la coda come il più sciocco degli animali e tento di tornare indietro al significato delle mie emozioni...e mi rimordo la coda. non ci deve essere nient'altro che una suggestione dietro, una voglia inespressa, una idea. dove ti sei nascosta quindi bellicosa visione rivoluzionaria, fammi capire di che guerra vuoi far reagire il mio corpo, potrei non voler combattere. sta di fatto che riesco a provare tanto livore per nulla...e più lo provo e più mi rattristo per lo stato delle cose e lo sconforto cresce, e la rabbia ritorna...il solito cane epilettico, la solita scimmia con le vertigini. cado. ed allora sono io che sono fatta male, è il mio pensiero che degenerato pare essersi infettato di un morbo inguaribile, sono io che mi ammalo, devo esser io la cura. è lo stato di bisogno, bisogna cambiare stato.

manuela1: allora, come mai quella faccia?
manuela2: ho le budella rigirate su per l'esofago.
manuela1: un problema di stitichezza quindi?
manuela2: nessuno sfintere contratto, sono i pensieri.
manuela1: bei pensieri di merda
manuela2: già
manuela1: e quindi piangerai fino a domani? così come una stronza che non sa perchè piange?
manuela2: credo di si...e credo anche che costruirò un'arca per sopravvivere alle mie lacrime.
manuela1: come sei biblica, mi spaventi. [cerca un amuleto]
manuela2: avevo quasi pensato di farmi venire un attacco di fede...tanto per giustificare le cose.
manuela1: potresti essere fulminata all'istante sai?
manuela2: metterò i piedi nell'acqua quindi. lo sai che mi piace rischiare...
manuela1: e quindi non me lo vuoi dire che cosa ti prende.
manuela2: non è che non te lo voglio dire...è che non lo so.
manuela1: non dire stronzate non fare come quegli uomini che non raccontano nulla alle donne che amano. cosa ti succede? lo vedo quel viso più giallo, quella bocca più bassa ed i tuoi occhi...si sono quelli che mi fanno dire..."non dirmi stronzate"...si vede da quelli che non sei la stessa di questa mattina...sono lucidi e neri, sono morbidi, sono assenti.
manuela2: a volte sono minuscola sai? ed attorno ho tutto il mondo. hai mai provato a sentirti la cosa più piccola che esiste?
manuela1: no, non ho mai provato [gonfia il petto, come gallina al sole]
manuela2: bè, è una sensazione strana, è come se fossi sufficientemente piccola da poter toccare tutte le risposte, ma troppo piccola per poterti muovere fra queste. mi sento la doroty dei sentimenti. dove è il mio oz? vieni tornado e portami via, lanciami due scarpette, sbatterò i tacchi 3 volte e tornerò nella mia stanza.
manuela1: in effetti mi sconcerti, se vuoi ti porto dal callista....
manuela2: grazie ma non è la stessa cosa. tu non capisci.
manuela1: no, non capisco. mi sembra che ci sia molta più perfezione del solito accanto a te, stavolta...eppure...
manuela2: ...eppure si...comprendo la tua perplessità...è anche la mia...forse dovrei semplicemente andare sul monte pirlone, novella rupe tarpea per eroine povere...e urlare, o sussurrare, o solo osservare dall'alto.
manuela1: ma non è che sei innamorata?
manuela2: bè questo è certo, non lo sapevi?
manuela1: potevi dirlo prima..sono turbamenti da innamorati (cazzate quindi), degenerazioni emotive comuni a tutti coloro che sono affetti da amore...quindi smettila di torturarmi l'anima e vai a dormire da buona quindicenne matura...
manuela2: sarò sempre una adolescente per te
manuela1: solo quando sarai innamorata
manuela2: ok ok...ma posso comunque divorare tutti quei pasticcini?
manuela1: no, se no piangerai sul serio...potrei diventare violenta alla vista delle tue manie, ai racconti sulla tua cellulite. (bruciala!)
manuela2: come mi consideri superficiale! (sono ignifuga)
manuela1: la vuoi questa giuggiola?
manuela2: certo! [allunga la mano, ansiosa]
manuela1: si , ti considero superficiale, come vedi. [ridacchia]

da lontano...

manuela3: allora? la vogliamo finire di fare casino?c'è gente che lavora qui...che deve dormire...che ha cose più importanti da pensare...gioventù...bhaaa...

manuela1: parliamo della fine del mondo quindi e dello stato delle cose?
manuela2: o del senso e del significato?
manuela1: o di Dio
manuela2: o di politica?

manuela3: ma andate affanculo và...

manuela4.5.6.7.8.9.0: brusio...


VLA76
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martedì, 24 aprile 2007, percorso in un tempo 14:46

Come un feticcio.

Le mie storie vere: il feticcio, il pupazzo del treno.

Avete mai notato come le persone assomiglino alquanto miracolosamente a degli oggetti?
Notai questo strano fenomeno per la prima volta alle elementari. Facevo lezione con un ferro da stiro. Niente di particolarmente bizzarro se non fosse stato che questo mi guardava severo e mi ripeteva che in inglese le A si leggon E ed le E, I...sarebbe bastata normalmente solo questa informazione per mandarmi in confusione e farmi ridere, invece, con un accento che poco si intonava ad un ferro da stiro di quelle dimensioni, questo iniziava a sudare e forse per il vapore che mi immaginavo uscirvi dalle narici o forse per il fazzoletto bianchissimo che pareva ancora più preciso dopo aver tamponato con dovizia le caldane del maestro, o forse.. insomma per tutte queste immagini ai quali i bambini difficilmente riescono a sottrarsi, non imparai mai l'inglese. Ed ancora oggi quando mi capita di vedere qualcuno del regno, osservo se la camicia ben si adatta alla faccia che porta addosso.

Dicevo quindi che è incredibile come spesso le persone assomiglino a degli oggetti. Da quando il lavoro mi ha portato a trascorrere almeno 3 ore al giorno su di un treno questa grande verità si è fatta ancora più evidente ai miei occhi. Sono diventata una esperta. Ci metto poco a capire se davanti a me è seduta una tazza, un mobile antico, un paio di verdure.

Quel giorno, il giorno di cui desidero parlarvi intendo, il mio compito fu decisamente facilitato...

Stavo leggendo, i miei occhi eran presi solo da fogli e lettere, attorno non c'erano ne carrozze nè destino...ma si sà, al destino non si sfugge, nemmeno quando lo si è dimenticato apposta.
Un rumore sordo, dei borbottii inumani, l'odore acre di chi sta sudando da tempo. Davanti a me, chiaro come il più nitido dei ricordi,stava una gigantesca pastarella napoletana. I bottoni della maglia in rivolta e sofferenti, formavano archi ed ellissi lasciando intravedere pezzi di carne bianca, ricotta suppongo. Le braccia, più simili a pendici carnose nate in un posto sbagliato, si eran ribellate a quella improbabile collocazione ed enormi sembravan fuggire oltre le maniche. Si eran tutte concrentrate lungo le dita, gonfie, morbide, appiccicose. Brutta cosa la glassa. Quel che rimaneva di un corpo si raccoglieva per gravità lungo il bacino, come cascame morto e flaccido. Il viso non c'era, qualche segno, una intuizione di naso tra una piega e l'altra del lardo. Continuava a sudare, beveva, si sfregava le mani e beveva ancora e sudava. Finalmente in quell'uomo frutto della più morbosa arte pasticcera riuscii a scorgerne degli occhietti grigi, chissà come lo vedeva il mondo da dietro tutte quelle escrescienze molli. Non doveva essere buono, e chi lo sarebbe stato, almeno per davvero in quelle condizioni? Non era nemmeno bonario. Tossicchiava con insistenza chiedendo di aprire e poi di chiudere il finestrino, informandosi sull'ora e raccontando di come non esistesse nessun treno comodo, nessun treno in orario e soprattutto nessun treno ad una giusta temperatura. Sudava ancora.
Lo guardavo, pensavo che gli sarebbe scoppiato il cuore. Probabilmente aveva un muscolo come quello che fa muovere i cavalli e a lui bastava appena per soffiarsi il naso e buttar fuori ricordi, ricotta, dolori.

Intorno il mondo era tornato, qualcuno dormiva, altri, come intenti a recitare, parlavano con amori lontani di amori vicini. Due file oltre la pastarella potevo osservare i piedi di un nuovo uomo, le scarpe lucidisse, lunghe e nere...un unico pensiero nella mia testa: quello doveva essere una mazza da golf, per forza.

Ero arrivata, una palla in buca ed un dolcetto per festeggiare. Sopra il mormorio acido dei freni sentivo l'uomo grasso dire :< un buon viaggio a lei e nel contempo fortuna per noi>.

Ce ne sarebbe voluta molta, di certo.

VLA76
martedì, 17 aprile 2007, percorso in un tempo 10:45

Storie vere di treno e viaggi

Le mie storie vere: il solito pazzo del treno, in un viaggio diverso.


I tratti erano quelli di un uomo medievale, il naso adunco, le guance rosse e un improbabile caschetto che gli andava a coprire le orecchie. La bocca, ogni volta che lasciava strisciare fuori una parole andava a formare un triangolo carnoso con il vertice che puntava direttamente sul gozzo. Era chiaro che avesse bevuto, arrivò ciondolante fino al mio sedile, l'unico occupato di 30 sedie libere e l'aria fu subito contaminata da quell'acre odore di rancido tipico di chi ha bevuto troppo da troppi giorni. Il giubbino in pelle, le grandi scarpe e le mani sporche. Continuava a parlare, in una lingua che a volte credevo comprendere, altre volte, rinunciavo a capire. Si chinava, chiedeva il permesso, raccontava fantasie sul mondo ed io, esausta, sorridevo. Era sempre così....c'era sempre un pazzo ad inseguirmi nei miei viaggi...avrei dovuto decifrarne il messaggio? Tra il sonno e la veglia l'ubriacone parlava, imprecava e raccontava a tratti dei suoi amici che abitavano lontano e di come fosse contento di raggiungerli. Non credo avesse amici e nemmeno una buona storia. Il treno lo stava annoiando, nelle mani teneva un paio di occhiali, roteavano veloci veloci e con gli occhi provava a seguirli. Speravo si autoipnotizzasse. Invece sembrava seguire il dito e non la luna. Non fu così. Ad alta voce disse:<cosa devo fare per diventare tuo amico? buttarmi dal finestrino?>....forse pensai...sorrisi ancora...li avevo quasi esauriti i sorrisi....ora conoscevo la storia dei suoi nipoti che portavano in giro bottoni e montavano telefoni ed avevano solo 4 anni...non mi era chiaro...per niente. Iniziai a far finta di lavorare,per non ucciderlo, ovvio...e dal profondo di tutte le sue convinzioni arrivò una turpe e violenta invettiva su come sia pericoloso lavorare, su come sia meglio fare amicizia. Ok frustatemi, fustigatemi e fatemi del male...forse soffrirò meno. Ho provato a mettermi in atteggiamento curioso ma dovevo essere uno scientista per riuscirci! Anche Darwin non avrebbe potuto far altro che soccombere difronte a tale elemento della specie. Io, terapeutica, me lo immaginavo su un ronzino infangato a salvare donzelle ciccione, intanto che mi parlava di cosa avrebbe fatto lui se ci fossimo amati. Diventava quindi ancora più rosso e abbracciava sanguigno la poltrona ... come se la stesse proteggendo la sua amata...Quanto manca alla fermata? Quanto alla liberazione?
Quanta pena quell'ubriacone generoso... davanti a me avevo già una lunga collezione di bottiglie, bottigliette, ninnoli, regali...entro la serata è probabile che mi sarebbe arrivato l'incartamento per una proprietà. Forse valeva la pena aspettare...mmmm....assolutamente no....speravo solo che i fumi dell'alcool gli arrivassero dritti ai polmoni, gli rallentassero il respiro e lo guidassero in un colorato mondo onirico. Era sveglissimo. Speravo sempre cose impossibili. Iniziava a chiedermi se le persone che amavo erano morte in modo tale da potersi sostituire a loro e nel ciondolare avvicinava la sua testa verso il mio viso. Io lo facevo scomparire il mio viso e con esso i pensieri e facevo le corna. Sarei scesa dopo 3 ore.

VLA76
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mercoledì, 28 febbraio 2007, percorso in un tempo 19:14

Io: Illusione  e Credo.

CUORE
Parte III/III : La fine

<E comunque sempre al contrario và, ti puliscono il culo quando eri piccolo e ti ritrovi con le mani di un estraneo che fruga tra le tue chiappe e la considerevole merda che hai prodotto quando stai per morire…per non dire che poi si diventa concime! E’ da quando mi hanno detto che siamo 3 foglietti di dati all’inizio e che poi, dalla pelle ci nasce il cervello che mi chiedo se forse…l’uomo non la presupponga la conoscenza e non sarebbe meglio che invece si dedicasse con più attenzione alla idratazione della sua pelle, alla cura del suo pelo e alla lotta contro le rughe. Non ci posso credere, sto dando ragione a loro, a quelli che pensano tutto il giorno a quale vestito metteranno oggi per domani e domani per poi…sto invecchiando, finirò per comprarmi un antirughe, lo sento. I pesci invece non hanno di questi problemi, loro sono sempre idratati, bagnati, lisci, cagano in mare e quindi non hanno bisogno dell’intervento di una pesciolona nutrice che gli lindi lo sfintere con la pinna caudale. Si, i pesci sono perfetti, tutti dovrebbero essere pesci.> Guido continuava a delirare, il processo del compagno non lo aveva per nulla turbato, tutti quegli occhi puntati sul suo amico, quei giudizi e la paura lui non li aveva praticamente visti, come se non esistesse niente.
<me lo vuoi dire allora, pescatore , come mai ti ritrovi qui? Dovrò pur saper il perché di questa ittica tortura!> la bestia stremata, ferita, cercava un contatto.
Guido<E’ stata una buona battuta, una pesca grossa. Non me ne pento>

Le impronte di fango si andavano a disperdere dall’ingresso al salotto. Tracce pesanti, liquide, fresche. Tra queste le macchie di sangue si intravedevano appena, la terra le copriva quasi del tutto. D’altronde era abituato così, gli stivaloni verdi erano roba grezza ed i pesci non c’è tempo per ucciderli con calma, e chi ha fame ha fame. La natura è semplice. La gamba un po’ gli faceva male, non era facile a volte trovare il posto migliore, l’acqua fredda e calma, i pesci affamati e soprattutto l’esca giusta. Quella mattina con la fortuna aveva stretto un patto, il secchio giallo si era riempito di trote e l’aria sapeva di una brezza leggera e di lago. Certo aveva dovuto metterci del suo, ma non era stato un gran sacrificio infondo, i pescetti ancor muovevano la coda e la padella stava per friggere.
< Amore li vuoi tu quelli grossi?> Glieli aveva sempre lasciati a lei i più belli, gli piaceva vederla armeggiare con coltello e  forchetta, operare con cura al di sopra della lisca e lasciare nel piatto solo una unica grande testa.
- lei non rispose -
< Anche se questa volta ti ci sei messa d’impegno, ho vinto ancora io…non la mangiavano quella roba là, li passo nella farina?>
- lei non rispose -
L’acqua scendeva, gelida, si tuffava dentro la bocca aperta della trota senza vita, la violentava portandone fuori gli ultimi rimasugli di budella. A lui, le mani tremavano. Sul tavolo, abbandonati, i guanti e la scatola bianca.
<Apriamo anche il vino, quello dei colli, quello preso in estate? Si festeggia oggi!>
- lei non rispose -
Una ultima manciata di sale, il tovagliolo più a destra e la finestra aperta.  Il sole caldo. Guido, goffo, sistema i capelli al suo amore, le riempie il bicchiere, la osserva. Quanto è bella, anche così.
<E con questo cosa ci facciamo?> indica la scatola bianca
<Non è servito per niente> zoppica verso la credenza
<Non preoccuparti la ferita si rimarginerà in fretta, pensa a mangiare ora, ne è valsa la pena>
- lei non rispose – Le labbra viola e nessun pensiero.
Guido afferra la scatola, inciampa e a terra rotola un cuore, una esca delusa, una ipotesi inattesa.

<IO ERO INNOCENTE> un urlo scomposto viene vomitato dalla bocca della bestia, un ruggito inutile. Con passo incerto cammina verso l’angolo in cui Guido dorme.
<Quindi sei stato tu, fetida creatura…e non hai detto niente>
Di passo in passo i nasi dei due uomini si avvicinano, nella penombra, come anime preistoriche a confronto, la stessa matrice, lo stesso pelo.
<E dimmi, ha urlato?> lacrime
<Come una bambina, non pensavo facesse così male>
<Cosa pensavi quindi lurido bastardo?>
<Che avremmo mangiato dell’ottimo pesce…ho dovuto invece poi tagliarmi la gamba sai, per rimediar qualcosa! E mescolare sangue e muscolo con il pane, non lo mangiavano il suo cuore quelle bestiole intelligenti…che peccato, che spreco!>
I due uomini sono uno con l’altro, si guardano, si odiano, si annusano.
Sembra non esistere nessun altro.
<Io la amavo>
<E’ stata anche colpa tua>
<Stai farneticando!>
<Non abbiamo infondo la stessa passione, noi?>
<Sei un pazzo!>
<Siamo pazzi vorrai dire>
<Io non ammazzo per una frittura, io non ho mai ucciso nessuno> Calde le guance della bestia, negli occhi le vene ed i denti affilati.
<Ne sei sicuro? Non ti piacciono forse le carni in pastella?>
<Si gli piacciono> rispose il giudice dal lato opposto della cella, quello più buio.
La bestia diventò tale, sconfitta.
Una massa nera si scaglia su Guido, le mani grandi aperte e la bocca pronta a mordere ed uccidere. Rumori e grida. I pugni contro uno specchio. Nessun Guido, nessun prete, nessun giudice, nessuno.
La bestia è pazza. La bestia è trina e nel furore, con gli artigli si toglie il fiato e cade, sconfitta. Libera.
Silenzio.

Dalla platea, la giuria applaude, in delirio.
Gli attori torneranno per l’ultimo inchino.

VLA76
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categoria : racconti
martedì, 06 febbraio 2007, percorso in un tempo 08:47

 

Il processo

CUORE
Parte II/III : Il Processo

Capo di accusa: Omicidio
Imputato: La Bestia
Giuria: Presente

<E mi dice come ha fatto a mangiarle il cuore?>
<Con coltello e forchetta, ovvio, non sono mica una bestia, non mi sono chinato con denti aguzzi su di lei, dopo aver ululato alla luna, non mi son fatto crescere pelo riccio sulla schiena..suvvià>
*ah interessante*era ciò che sembrava promettere l'espressione del giudice, ma di lavorar pur sempre si trattava e quindi alzò il martelletto come zoccolo cavallino ed iniziò a gracchiare
<Silenzio! Silenzio!> Il brusio del pubblico coprì il rumore dei flash della stampa. Non tanto per il contenuto della risposta ma quanto per il fatto che questo avesse saputo parlare. <E lei, non faccia della facile ironia e risponda> curioso il giudice. Si sentiva che non voleva dargli del lei, che infondo lo avrebbe chiamato con un nomignolo fraterno, che infondo lo avrebbe voluto mangiare lui quel cuore, per una volta.

<Quindi quando decise di ucciderla?>
*Troppi presupposti in questa frase*pensò
<Non lo decisi mai>
Il viso pallato degli avvocati si fece rosso rubino, dal fondo della sala, anche chi non lo stava osservando, prese a guardarlo male. Non era umano mentire con tanta facilità, questo almeno consolava tutti.

<Quando la uccise? come la uccise? perchè le mangiò il cuore?>
<Ma perchè mai mangiarle il cuore?>esplose goliardico<Non piace nemmeno ai pesci ... il cuore...>sentiva la voce di Guido assaggiargli la testa.
<Silenzio! <Silenzio!>

<Quando la uccise? come la uccise? perchè le mangiò il cuore?>
Gli venivano in mente solo storielle di pesca, metafore argute di ami ed esche. E quanto mi ami...E lei sulla spiaggia.
Stordito, come quando al lago il sole rimbalza lieve sulle piccole onde e ciò nonostante ti acceca, iniziò a guardarsi intorno.
Era tutto gigante, tanto da sembrargli la stanza terminare nel nero dell'inferno, senza pareti, priva di muri. Il Giudice, grasso, lucido e dalla zampa corta sedeva su una sedia molto più piccola di quella che avrebbe desiderato il suo immenso deretano. Era sollevato  da terra di soli dieci cm ma gli bastavano quelli per sentirsi un Dio. Il potere in quei dieci cm . La bestia era convinta che a letto non arrivasse a tre. Rise. Lo vedeva dalle briciole raccolte sulla punta delle scarpe. Un pavone già cotto, un fagiano al dessert.
Ai lati, come alghe si sitemavano grumi di persone insignificanti.
<Sono proprio un pesce fuor d'acqua> pensò < Devo uccidere Guido> pensò ancora.

<Quando la uccise? come la uccise? perchè le mangiò il cuore?>
Era il momento di parlare, la sentiva scorrere lungo le braccia la verità. Era il momento di stupire tutti, di fargli cadere le tonsilla, nel sangue della loro demenza. Voleva percepirla in crescendo la loro paura e nutrirsene, come mantide al sole.

<Ho deciso tutto all'improvviso, stavamo parlando, guardandoci negli occhi, seduti sui gradoni della chiesa...e li ho deciso>
<Continui>pareva mangiarsela la storia quel giudice obeso.
<Mi raccontava della sua città e le brillavano gli occhi> < e li decisi credo> < erano così neri che nella notte si vedevano solo quelli>
Il pubblico era in silenzio, gli avvocati erano in silenzio, guido dormiva.
< Era così bella quando rincorreva i suoi pensieri, li prendeva in fretta sapete? non so come facesse..ne diceva uno e poi un altro ed un altro ancora...> < e li decisi credo > < credo che fu li che decisi di amarla>
Se non fosse stato per il dolore della madre, si sarebbero tutti commossi, senza odio.
< E voi non lo sapete vero come ama una bestia? ama con tutto il cuore...>
E fu sangue, gonne strappate, vicoli sporchi. Grida, reti, vermi, prigione.
Nessuno ancora respirava. Non si poteva andare contro l'istinto.
Una sola sentenza: la morte.

continua...

VLA76
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venerdì, 02 febbraio 2007, percorso in un tempo 02:40

Bestia e Cuore

CUORE
Parte I/III : La bestia

<E che cosa volete che vi dica! che le ho mangiato il cuore?>
I presenti smisero di parlare, alcuni trattennero anche il fiato, altri, senza contegno si morsero la lingua.
Credevano tutti che glielo avesse mangiato il cuore, proprio lui, con quella bocca larga, il ventre gonfio e gli occhi affilati. Era perfetto. Un cinghiale del bosco, con l'appetito feroce di chi ha vissuto a lungo tra la terra. Muoveva le mascelle lasciando cadere ai lati bava, era nervoso. Lo stavano accusando. Gli dicevano che era colpevole. Lo immaginavano sporco di sangue. E lui? Lui ci era abituato ad essere il mostro. Aveva imparato anche a camminare da mostro, a sorridere da mostro, a desiderare da mostro. <L'identità è un inganno, ma non importa.> Si diceva intanto che trascinava quel che rimaneva di un corpo. <Mangerò l'anima a tutti> Lavandosi i capelli. <Riconosceranno in me il carnefice> sedendosi.
Due uomini vestiti di blu lo presero di forza, sollevandolo di poco da terra e lo portarono oltre la porta. Sgambettava scomposto, urlava, perdeva mani ovunque. L'odore del suo sudore inquinò la stanza. Non c'era pudore in quella scena. Era un uomo finito.

La cella, per quel che si poteva osservare, era buia, minuscola, sporca e coperta di niente. In un angolo, assonato contro il muro, stava la bestia. Non c'era silenzio, nemmeno quello, dal muro cadevano gocce di pioggia, stagnavano a terra, rendendo l'aria ancora più umida, rendendo tutto irreale. La testa gli ciondolava tra le natiche ed il collo, pesante, una incudine di piombo in attesa del boia. Sulle spalle portava i segni di quei primi giorni di galera, lividi, graffi, nero. Si era cagato addosso. E dire che sarebbe fuggito. Non ci avrebbero scommesso un soldo su di lui, quelli che conoscevano la sua storia. Lo avevano guardato come se già fosse stato impiccato. Un sacco morto. Giustizia. E dire che sarebbe fuggito.

<Mi presento, sono Guido e sono innocente>, così gli aveva detto sedendosi poco distante dalla sua urina. Ma che razza di uomo era? Un maniaco, non c'era alcun dubbio. Lui, girò la mandibola a compasso e fisso l'omino, severo. Ma che razza di uomo gli avevano messo in cella? Continuava a chiedersi recuperando un fare da prelato di paese e stringendo a se tutte le sue convinzioni. D'altronde devono tutti pentirsi prima o poi.
<Tu cosa hai fatto?>
<io? io le ho strappato il cuore>
<Delusione d'amore quindi>
"è un idiota"
< sei mai andato  a pesca di trote?>
"..."
<io ci andavo un tempo, mi piaceva, usavo i fegatini come esca...non sai quanto funzioni...> era tutt'occhi e agitazione < certi dicono che bastano i vermi e una buona dose di coscienza...ma secondo me....non c'è come le budella per andare a pesca di trote...>
La bestia rimaneva in silenzio, davanti a lui Guido parlava e parlava.

<E' forse ora di depilarsi?> disse allargando le gambe ed il pensiero.
Era questa l'ultima immagine che aveva di lei. I capelli bruni sopra una testa rotonda, occhi grandi e guance che li portavano al sorriso. Aveva amato il suo corpo pallido. i seni grandi e e sue cosce dure.
<E' forse ora di depilarsi?> non gli uscivano dalla testa quelle parole, rimbalzavano sui suoi timpani, stregate. Era Lei, la voce rapida, le parole decise. Le mancava.
Eppure, senza controllo, le aveva strappato il cuore.

Finalmente Guido si era addormentato, era ancora più brutto arrotolato nella coperta, marrone come escremento marrone. La luce al neon gli si appoggiava sul naso come per cucirgliele quelle narici. Russava.

<Devi preparare la melica, devi fare attenzione, questa è la parte più importante checchè se ne dica, non abboccheranno mai i pesci se non li abitui a mangiare>
Ore 6.30, Mattino.
La bestia ciondolava affranta, il processo era alle 11.00


continua...

 

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giovedì, 01 febbraio 2007, percorso in un tempo 11:37

Dissolvenza

 

 

[ora, non ho voglia di lavorare] di incanalare i pensieri in strutture, di creare tabelle e percorsi logici, di raccogliere i calzini sparsi per la stanza...di concentrare la mia attenzione. [mi sembra di fluttuare] in una bolla semiotica dove il filtro dell'esperienza si confonde con quello dell'immaginario. Sono nella mia stanza, della mia minuscola casa e non ci sono...sono altrove. [decisamente non ho voglia di lavorare]... finirò domani quelle foto....finirò domani quell'articolo....finirò domani quel sito.....finirò domani.....[NON E' VERO] ... ora inarco la schiena, bevo l'acqua, risveglio la mia mente scimmia ed inizio a fare il mio dovere....quello che gli altri definiscono il mio dovere, ...non è forse un mio dovere poter sparire e ritornare quando desidero? certo, me lo ha detto anche il padrone di casa....lui sparisce con i miei mobili e le mie rate pagate degli affitti...mi mordo la coda, abbaio e miagolo...[inizio]

VLA76
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martedì, 30 gennaio 2007, percorso in un tempo 00:41

Rumoreggio: Capoeira
Affetti da tartarughismo esistenziale o da noia equatoriale?
La giornata era iniziata lenta ed in silenzio. Come cadavere al sole lei si era trascinata lungo il corridoietto, fino al bagno, aveva aperto l'acqua, l'aveva fatta scorrere a lungo , aveva appoggiato i gomiti al lavello e aspettato che diventasse calda, caldissima. Ancora nessun pensiero era arrivato a corrompere l'agonia dei suoi sogni, il torpore di un corpo che dorme. Il sapone, il dentifricio, la crema...una ciglia più in alto, un labbro più morbido, gesti di tutti i giorni, strategie semplici. Recuperati due abiti neri, un paio di scarpe scomode si era seduta al tavolo, non facendo colazione.
I suoi pensieri erano come aghi di pino nella tormenta, erano troppi, erano sparsi, erano bagnati.
Si era svegliata così quel giorno, quel giorno non gli importava di quello che faceva, delle riunioni, dei progetti, delle cose da dire, delle espressioni, dei volti, dei colori di quel piccolo mondo laborioso che tutte le mattine le telefonava, la seduceva, la infastidiva, la escludeva. Quel giorno avrebbe voluto essere al mare, sopra uno scoglio puntuto a guardare lontano. Era forse una donna romantica, si domandava, a volte, a volte, come tutto. Si sarebbe sentita gabbiano, sopra le teste del cielo, solo per volare, e sentir il vento lungo la schiena venire dal basso. Per ora quel brivido sopra le reni lo aveva sentito solo nei giorni in cui l'intestino langueva, quando inguainata in abiti stretti gli umori del suo corpo si ribellavano percorrendola come treni su una rotaia di montagna. Non era una bella immagine si diceva, ma un sorriso ambiguo aveva interrotto l'apatia di un volto professionale e dato inizio a nuovi pensieri. La responsabile della qualità parlava rapidamente, i suoi occhi erano boe nell'oceano, si muovevano molli lungo tutto il viso, non si capiva dove finissero le guance ma era ben chiaro da quale profondità sgorgassero le sue frasi serpentine. Lei, d'altro canto, si era ipnotizzata sul movimento di quell'unico neo che, posto appena sotto la narice destra sembrava voler finire in bocca alla donna pennone ad ogni borbottio, ma si salvava, ogni volta miracolosamente, rimbalzando sopra un grumo di saliva e risalendo la corrente. Le venne nausea. Fortunatamente per tutto il pomeriggio non avrebbe incontrato altri cannibali ma si sarebbe dedicata alla pratica, sana ma non troppo, del riordino. Non c'era cosa che odiasse di più. Ricapitolare, riassemblare, ricondurre, ripercorrere, riorganizzare, rigenerare...ri ri ri un grillo parlante zoppo tra le pagine dei suoi appunti! Pensava a lui. A come sarebbe stato vederlo entrare all'improvviso dalla porta, sentire le chiavi dentro la toppa muoversi come ali di farfalla e fare l'amore subito, sopra il tavolaccio in legno. Le mani aperte sul suo petto e le gambe tese sopra la sua testa. Urla e silenzi. Odori intensi, dolci. E poi cucinare ancora con i capelli spettinati e ridere. Stava tagliando le carote, rimbalzavano rigide sull'asse in legno, il gatto miagolava e la stanza cominciava a sapere di buono. "Ci vuole della musica" penso lei, e purtroppo, fu accontentata. I vicini brasiliani incominciarono ad intonare uno scomposto canto indigeno, rumori di stoviglie smosse, di corde vocali sparpagliate, di ginocchia rotte. L'olio friggeva a ritmo e la cipolla appassiva. Si era ipnotizzata ancora. I suoni stropicciati le  lavoravano in testa, muratori incantatori, imbianchini solidali. Aveva visto suo padre in pausa pranzo. Per la prima volta non gli era sembrato l'uomo forte di sempre. La aveva guardata con occhi che venivano da molto lontano e si era lasciato sfuggire il sorriso di un bimbo. Sul sipario si trovavano attori diversi in ruoli che non gli appartenevano. Strinse a se le budella lei, e tentò di essere la figlia piccina che lui amava. Per questo si mise a cucinare la carne come lui le aveva insegnato, per imparare ed imparare ancora... e ritornare quella bambina orgogliosa, dagli sguardi vivaci, che camminava svelta e scalza sul pavimento infarinato. Quante parole si rincorrevano, memorie, invenzioni, immagini. Lei, aveva e non aveva soluzioni ma aveva ricordi e storie. Non c'era alcuna traccia di grasso nel suo stufato, lo aveva fatto con molta cura, con talmente tanta devozione che ora, le era passata la fame. Per un attimo, breve ma sconcertante, pensò di portare l'intera pentola ai suoi vicini, si erano di certo stancati molto nel loro trotterellare tribale e per questo sicuramente affamati. Non glielo diede. Si addormentò invece, cullata dalla nenia capoeira che andava svanire.
E vide ancora lui nei suoi sogni, e vide i ruscelli della sua esistenza e si vide nuda sopra le scale di un supermercato e si vergognò. Un uomo bello, dal muso composto e di bianco vestito le veniva incontro comprensivo, proprio in quel momento di grande imbarazzo. Per salvarla, pensò lei sognando. La cinse da dietro le spalle e le sussurrò severo: <Un abbraccio dai...avrai mica i pidocchi!>
E la notte passò breve.
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lunedì, 29 gennaio 2007, percorso in un tempo 11:48

Urina

La sanità è folle e se non folle sadica, ironica e elfica. Oggi ho dovuto fare gli esami delle urine...e per farle mi sono munita di bocettina sterile adatta...ehh si è finito il tempo in cui si poteva portare i propri umori in bottiglioni di plastica, fiaschi di vino e pacchetti del pane...
Dicevo...ho comprato una di quelle diaboliche provette pisciatorie, dei mini siluri di tecnologia, delle bombette escrementizie...e dopo ... la ho anche, ovviamente, dovuta usare....e quì ho capito che la sanità è malata, aberrata contorta....
Come si fa, mi chiedo, a riempire una provetta di 5 mm di diametro senza farsela tutta in mano? Non sono munita di proboscide o cannuccia, non sono quel che resta di un uomo. Mi sento un vasino ora come ora, un ammasso giallastro....credo che incomincerò a spruzzare parti di me sopra le ciabatte altrui (come ultimamente fa il mio saggio gatto) e manifestare così il mio sdegno contro l'ergonomia dello sciovinista prodotto farmaceutico moderno!

Piscia e feci...infondo questo siamo gran parte della nostra vita.

 

 

VLA76
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venerdì, 26 gennaio 2007, percorso in un tempo 13:54

Mani e Mani

Posseduta, posseduta da quelle mani. Sono vipere tra le spire del mio vestito.
Si nutrono di erba e di carne, mi percorrono.
Sono quei movimenti liberi, che dalle vene al pensiero modellano il mio desiderio.
Dammi le mani, portale qui, tra le mie.
Ci capiremo, ci ricorderemo e sempre sono io e sempre sei tu.

 

VLA76
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giovedì, 25 gennaio 2007, percorso in un tempo 12:14

Zanzara o pene?
Prodotti dall'inferno,
come ritrovarsi nudi difronte alle seppie di mare.
Quindi.
Sfuggire ad una esperienza pulp e rimanere con il sorriso.


Luogo: casa mia
In un tempo: verso sera

Squilla il citofono, atteso.

Io:< Chi è?>
Lui:< Io >
Io: < Ok sali, ti ricordi dove abito?>
nessuno risponde
aggancio

Ambiente: Sala-cucina di un bilocale mansardato. Mobili bianchi, divano tempestato dagli interventi di un felino, quadri, foto e oggetti sparsi.
Sul tavolo un portatile acceso e dei documenti.
Musica, una musica qualsiasi, ritmo.

Suona alla porta.

Sorrisi, strette di mano, convenevoli tutti.
Chiacchiere di cortesia, aggiornamenti sulla vita di entrambi.Altri sorrisi, mezze barzellette e movimenti ondulatori della testa in segno di assenso.

Dobbiamo lavorare, lui porta del vino, io sono astemia.
Dobbiamo lavorare.

Questo mio amico di vecchia data, dallo sguardo sfuggente ed il sorriso brillante mi ha chiesto se per clemenza, in quanto io paragonabile ad una santità in ambito informatico rispetto alle sue competenze, lo potessi aiutare (parola mielosa e trabordante di ipocrisia) a "sistemare (ed invero voleva dire creare) il suo sito web.
Questo mio amico è un pittore, uno di quelli ignoranti che si attaccano al proprio estro per giustificare le loro mancanze. Che odiano la città dove abitano perchè sempre troppo provinciale e che non perdono occasione di osservare tette e culi con la scusa di volerli tradurre in arte.

Lui:< Fai tu, mi fido CIECAMENTE, però deve essere nero...>
Io:< ok>
Io pensiero: "e smetti la di guardarmi tra i seni, porco!"
Lui:< Sono completamente nelle tue mani, mmmm, ....>
Io:< ok...allora...facciamo una cosa semplice....>
Io pensiero: "che palle!"
Lui:<Faccio scegliere tutto a te...però ... proprio semplice semplice? e se ci metessimo un pò di movimento?....non so....>
Io:< Tipo nelle slides dei quadri?>
Silenzio...cerca di recuperare le parole, consulta il suo dizionario...
Io:< ti va bene?>
Lui:<in che senso slides?> ed intanto abbassa lo sguardo fino a farlo arrivare ai miei capezzoli.
Io scosto di poco la sedia, come per mettermi più comoda e far fluire meglio la trabordante creatività...in realtà per sfuggire a quegli occhi da porco vanitoso.
Ma lo conosco da anni, è amico di amici, è amico di tutti. Resisto. Sono professionale. Io.
(mostrando un sito web di architettura) Io:< tipo queste.>
Lui:< ah si ok bello e poi quando ci passi sopra con il mouse che cosa accade?>
Spiego
Lui:< e se spostassimo la parola più a destra?>
Eseguo.
Io pensiero"non ti avvicinare con quella maledetta sedia"
Lui:< e se mettessimo il menu per date? con sottomenu per tipologia? e se ad ognuno assegnassimo un colore? e se....>
Io pensiero:< e se usassi quella melanzana contro di te?>
Eseguo.

Improvvisamente ad un passo dalla risoluzione del tutto l'atmosfera diventa più tersa,

la bocca di lui secca e la musica finisce.

Lui:< Quando fai sesso che cosa ti piace fare?>
Io:< In che parte del sito vuoi mettere questa risposta?>
....ridacchio da sola notando il cadere delle sue spalle....
Lui:< Ci conosciamo da una vita, sono curioso, ieri ne parlavo con le altre...>
Io, utilizzando qualche monosillabo maya, rispondo...più o meno...

Ci rimettiamo al lavoro, le sue labbra paiono ancora di metallo.

E colora, e sposta e chiudi un tag e apri un tag....

Lui:< Posso andare in bagno?>
Io:< prendi una tazza e vai dietro lo stipite...certo che puoi andare in bagno...c'è già il gatto che mi concima casa, non ti ci metterai anche tu!!!...la prima porta a destra> (casa mia appoggia le consuetudini  dei bagni)

Io mi rimetto al lavoro, voglio finire, sono già le undici...fuori la nebbiolina mi fa pensare alla montagna, alle notti fredde  e ai camini caldi, al mio piumone ed al libro finito sotto il letto.
Lui ritorna, i pantaloni abbassati fino alle ginocchia, le mutande con questi e si ferma a mezzo metro da me.Io non mi giro. Non mi voglio girare. Non mi girerei nemmeno se mi facesse male il collo o ci fosse del fuoco alle mie spalle.

Lui:< girati e dimmi se ti piace il colore>
Io:< tarantolato? tirati subito su i pantaloni!>
Lui, con voce suadente,:< dai dimmi se ti piace, è chiaro o scuro?>
Io:< ma non mi interessa! e poi non lo vedi tu se è chiaro o scuro?...> che idiota!
Lui:< girati, girati, girati>incalza come uno sciamano.

Il mio collo si è marmorizzato in posizione contaria, la mia rabbia cresce così come la mia compassione. Pena la chiamano, pene direbbe lui.

Lui:< e girati mica ti mangio, siamo grandi>
Ma cosa vorrà mai dire questa frase , mi chiedo io, essere grandi vuole dire uscire dal bagno per far vedere il pisello alla amica? e poi mangiare cosa??

Io:< tirati su quei dannati pantaloni!>
Lui:< girati, girati daaaaaiiiiii>
Non ne posso più, il collo è incazzato, la mia mano è incazzata, il mio occhio è incazzato..anche il mio computer è un pò incazzato.

Io:< se mi giro, ti dico se è chiaro o scuro...tu ti tiri su e vai a casa? prometti?>
Lui:<certo>
Sorride, un sorriso diverso da quelli di prima. Crede di aver vinto. Illuso.
Sblocco a fatica il collo, i muscoli non rispondono al mio comando ma riesco comunque, rapida come la malattia a dare una sbirciatina alla sua mezza proboscide di zanzara.

Un ammasso molliccio e scuro tra gambette da contadino.
Io:<è scuro> un brutto elemento
Io:<ora esci> dura, molto più di lui a dire il vero!
Lui:< e quindi non ti piace nemmeno un pò?> arriccia il labbro.
Io:< ma che domande sono scusa? tirati su i pantaloni e portati a casa!!!>

Lui sembra un bambino che gioca con il suo vasino pieno di cacca, la sua cacca e ride.
Lui:<senti come è liscio...>
Io:< basta su> gonfio i polmoni
Lui:< è veramente liscio non vuoi sentire?> e si accarezza con il dito medio, come se avesse un gatto tra le cosce.
Io non resisto.
Mi alzo in piedi.
Abbasso il computer.
Lo guardo dritto negli occhi.
Abbozzo un sorriso.
Mi avvicino.
Gli circondo le spalle.
Mi chino.
Lui trema.
Afferrò i pantaloni con violenza e glieli alzo fino alle ascelle.
Urla, ferito.
Credo di averlo castrato....si credeva un gatto vero? ebbene io mi suppongo veterinario.

Porta che si chiude.
Pensieri sparsi.
Risa.

 

VLA76
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mercoledì, 24 gennaio 2007, percorso in un tempo 08:01

Nacqui
Come se fosse l'8 Gennaio: Nacqui
Per dirne una tanto vale dirne 31...o era fatto 30 facciamo 31? e no che diamine...proverbi maledetti...si impicciassero delle verità loro!
 
E quindi oggi è il mio compleanno...capita direbbero degli improbabili avi centenari avvezzi a festeggiarsi a  vicenda.
Mia madre(che cmq non fa ancora parte di quegli avi) oggi, con una vocina canarinoide, ad una ora inumana del mattino(ovvio), mi ha cinguettato al telefono le sue domande argentine da Buona madre .. e così la mia sveglia è stata tutto un canticchiare di "cosa desideri tesoro"..."auguri amore"..."ciao bubolina"....Con il cuore gonfio di amore ed in mano l'abbonamento scaduto alla Lipu sono riuscita a comporre a mia volta qualche risposta da corvaccio...
 
Mamma<Cosa vuoi per il tuo compleanno piccolina?>
Io (pensiero) "piccolina? 31 anni sprecati!...oppure sono molto giovanile...yeah...balzo di gioia...disillusione...parole di matttrrreeee"
Io < ngrzie..mmm stvo..drmmiendo...> (l'anca cigola...balzo beffardo!)
Mamma<Dormivi????? scusssssssa ssssss ssss sss sss sss >
Io < fbwofhrpognèqron>
Mamma< e quindi cosa desideri?>
Io, più consapevole del previsto, <UN PHON IONIZZATO LISCIANTE!> (non posso averlo detto io e non possono averlo inventato...diventerò calva...)
 
Ora invece, cosa sto facendo? lo riassumo brevemente...tanto per far sentire chiunque legga una persona migliore di quella che già è (il confronto con il danno, la sfiga, il disordine altrui ci rende sempre delle persone migliori...o dei falsi buoni...scegli quel che preferisci diventare)
 
Sono sdraiata malamente in camera mia, il letto arruffato sembra una testa di vichingo, cartacce per terra di varia origine (notes, merendine, clinex, settimana enigmistica...biglietti...), lo sguardo vittoriosamente diviso tra un filmaccio spy in televisione e la mia sedia da camera. Osservo con ammirazione la mia sedia da camera molto più di come guardo il film. Il perchè?...bè...è un monumento moderno ai caduti...credo che ci siano impilati i cadaveri di tre settimane di biancheria.....giacciono molli e precari...sono meravigliosi da osservare e... da non toccare!
Sono disordinata. Questo è chiaro.
Sono consciamente disordinata. Questo è imbarazzante.
Il computer sembra trasportato dal vento sopra le mie gambe...una inclinazione da regata direi...
Caldo equatoriale...o inizio a coltivare licheni e mi creo un piccolo giro di affari o riparo la valvola del termosifone.
Non ho scarafaggi da nutrire, si sono divorate tutto le formiche, ste stronzette....ero stata così caritatevole da comperare  loro quelle mini casette trabocchetto....ma loro hanno eliminato subito il concetto di trabochetto e vi si sono trasferite in massa...credo stiano dando un party adesso...
Non sono comunque il mio unico animale da compagnia, l'altro è un gatto grigio come il fumo e mimetico solo a Londra...sta tentando di accoppiarsi con il mio braccio....Mio Zeus...che compleanno MERAVIGLIOSO! heheheheh
 
Immagini epocali a parte,vista zoommata la scena di me nella mia stanza corrisponde al vero...ma se si allarga il campo sono solo una bizzara figura in una camera post domenica pomeriggio con un micio che non ho avuto cuore di castrare. (oggi è Lunedì ma è quanto mai un particolare trascurabile)
 
Detto questo, starnutisco
VLA76
martedì, 23 gennaio 2007, percorso in un tempo 11:22

Morte corrente

Il condannato.

 

<Si alzi>

Non lo voleva fare.

<Si alzi!> ripeté la guardia con voce più intensa.

Indugiò,

non lo voleva fare.

Non per manifestare qualche sopravvissuto moto rivoluzionario ma bensì per qualcosa di più creativo, come avrebbero detto i compagni della cella 11, gli scappava da cagare.

<Si alzi! E' ora.> La bocca velenosa della guardia si fece lunga come vipera di bosco.

Provò a muovere appena la natica sinistra, con destrezza contrasse ogni muscolo nei pressi e creò un sigillo tra lui ed il mondo.

Lo attendeva un corridoio lungo, troppo lungo per le corde del suo intestino. Pensò Santiago.

Non poteva morire così, annegato nelle feci, senza alcun controllo.

Strinse con maggior fierezza il culo e fece un altro passo.

La guardia intanto pensava che sono tutti uguali i criminali, eroi davanti alle loro vittime ed agnelli in fuga, timidi mendicanti di fronte alla loro morte. Avrebbe sputato per terra per farlo scivolare, poi avrebbe riso come si fà al circo.

Un altro passo.

Sentiva le vene pulsare con ferocia tra la pancia ed il cuore. E brividi.

Non tremare, non farlo, mollerai la presa e ti cagherai addosso, sconfitto.

Un altro passo, la sentiva in punta l'umiliazione.

Fremiti.

Ancora 25 passi, che silenzio.

Si domandava quali fossero i misteri dello sfintere, muscolo d'achille, come poteva reggere tanto peso, piegarsi ai bisogni più grandi e chiudersi in se stesso quando la situazione lo richiedeva. Gli piaceva immaginare il suo colon come una rigogliosa fontana blu, di quelle da giardino artificiale, percorsa da tiepidi ruscelli e coperta di sole. Invece l'ano no, quello era come uno zio, con i baffi ed impertinente, sempre pronto a contraddirti e a lasciarti nella merda.

Questa strana affezione del mondo per le evacuazioni complesse lo stupì, e sorrise.

La guardia non ne poteva più, sempre la solita storia con i condannati, ti fanno perdere tempo, il tuo tempo.

<Cazzo avrà poi questo da sorridere, feccia!>

E invece da ridere c'era e ce ne sarebbe stato. Passo dopo passo, fino alla chiusura di un nuovo giorno innocente.

Un macaco colpito in giovane età da un colpo apoplettico stava dirigendosi al patibolo.

Una di quelle scimmie con il gibbone rosso sul sedere, una escrescenza cancerosa pronta ad esplodere in feci.

<Che bastardi, ti offrono l'ultima cena, te la regalano compiti, e poi...invece...te la cucinano con i purganti, la inzuccherano di mannite. Probabile che scorra meglio l'elettricità se non hai nulla dentro e muori prima.>

<Patè, petto di pollo, risotto al tartufo d’ Alba...non era tartufo vero?...è lì che avete risparmiato e rincarato la dose di lassativi...fetidi macellai!>

L'atmosfera era comunque solenne. Una guardia dall'espressione seria guidava il condannato attraverso lo stretto corridoio. Dalla porta blu a quella nera. In silenzio.

Il condannato, come tale, camminava lento, il viso contratto, tutta una vita.

Rumori sordi, ancora 15 passi.

E spingeva.

E spingeva, spingeva, spingeva...era una guerra intestina, muovi l'anca più a destra, solleva di poco il tallone, non pensare.

<Voglio morire da martire! Senza paura, senza cagarmi addosso. Maledetti...lo sapevate

e mi avete purgato...ma non dei peccati pare!>

L'unico pensiero che si celava dietro quello sguardo solenne trasbordante di eternità era il controllo muscolare ai fini di una sana ed irraggiungibile stipsi.

E spingeva, contraeva, si piegava, irrigidiva i pugni, sempre più lento.

10 passi.

Sulle soglie della porta nera il condannato si presentava con la fronte ingravidata dal sudore ed una espressione intensa. La lotta al meteorismo era quasi finita. Che pace. Che stelle.

Quale sollievo.

Come dicevo, sulla soglia arrivò un corvo nero come le nubi d'inverno, un libro in mano, pallore, il naso adunco ed una domanda.

<Vi è qualcosa che desideri dire figliolo prima che giunga il momento?>

- nessuna risposta apparente -

< So che è difficile, ma è un buon momento per espiare i propri peccati nella misericordia del Signore. Cosa desideri figliolo?>

Una unica immagine, una latrina.

Una carrellata di immagini, gabinetti, pitali, alberi, strade, insalatiere...

<Cosa desideri quindi figliolo?>

Una sola risposta, rapida, fluida, sincera.

Guardava il prete con odio e tormento.

<Non desideri nulla dunque?> sibilava.

Le labbra appena socchiuse, un gemito, le palpebre che traballano, calore.

Un orgasmo celeste. Il perdono.

Aveva desiderato. Aveva avuto.

E fu merda. Merda ovunque.

Scendeva da sotto le caviglie, morbida e gommosa, ribelle.

Una sensazione piacevole lo percorse. Tepore. Clamore. Amore.

<Chissenefrega se morirò tutto cagato!>

La guardia si corrose la bocca con disgusto.

<Lo sapevo che era il più codardo di tutti, spazzatura tra tutti gli uomini spazzatura>

Il prete, con un balzo da uccellaccio schivò il primo rivolo ma venne sopraffatto, tradito dalla tunica, dallo scorrere della seconda ondata e bagnato e sporco cadde. Supino.

Il condannato rideva.

<Che grande invenzione la merda, la mia.>

La guardia si precipitò in soccorso dell'anziano e mai parola fu più giusta, lo scarpone lucido e nero, quello delle feste, incontrò fero il pavimento e cadde anch’esso, sconfitto, malamente arreso. Il viso imbrattato, il corpo umidiccio. Un ammasso di muscoli accanto ad un ammasso di preghiere.

Il condannato rideva. La bocca aperta, i denti cariati in danza.

Il condannato rideva.

La porta nera si apre, due medici dall'aria aggressiva, i guanti bianchi, i calzari antiscivolo lo trascinano per il braccino dentro la stanza. Ciechi e muti.

Due giri di nastro isolante, una controllata alla gola.

Corrente.

Pausa.

Corrente.

Un applauso.

In corridoio, una clandestina nera a ripulire.

VLA76
martedì, 23 gennaio 2007, percorso in un tempo 11:21